Restrizioni durante il fascismo

Durante la guerra, il regime fascista requisiva quasi tutto il grano ai coltivatori.
Gli agricoltori lasciavano il grano nell’aia il più a lungo possibile, per poter “rubare”, durante la notte, parte dei propri prodotti: grano, fave, ceci o lenticchie. Poi li nascondevano chi nel pagliaio, altri in antri o scantinati ben mimetizzati. Chi aveva bestiame nascondeva le lenticchie e i ceci, in damigiane anche sotto il letame. Ciò per essere meno il raccolto da requisire.
I fascisti avevano pure provveduto a sigillare “tottus is mobas (tutte le macine), in modo che nessuno potesse macinare il grano e fare il pane in casa. Mio padre, Raimondo, quando seppe che stavano sigillando “is mobas”, “cun su mallu iada segau su laccu de sa moba” (con una mazza in ferro aveva rotto la vasca in pietra, per raccogliere la farina sotto le macine)
e mise le macine, sopra il tino rovesciato, nel magazzino.
Quando gli addetti ai sigilli vennero a casa, videro “su laccu segau”, guardarono le macine e considerato che c’erano due militari in casa, se ne andarono.
Una parentesi è d’obbligo, mio padre non venne arruolato per la guerra, perché, quando era militare a Sanremo, doveva essere mandato in Africa nel 1927/28. Per cui, prima della partenza, gli fecero una visita medica più accurata. Gli riscontrarono un “soffio al cuore” e venne congedato.
Poi, durante la guerra, quando arrivarono i militari a Guasila, il regime fascista ci aveva requisito una stanza, per farvi alloggiare un maresciallo dell’esercito, sig. Putzu, ed un sergente dell’aviazione, sig. Litza.
I militari che avevamo in casa erano delle persone molto affidabili. Mio padre, parlando con loro, capì che erano desiderosi di magiare il pane appena sfornato. Loro stessi lo stimolarono ad impegnarsi per mettere in funzione le macine a riposo nel magazzino.
A questo punto svelò il da farsi e loro aiutarono mio padre, utilizzando il loro tempo libero, a realizzare il suo progetto.
Papà scelse una botte, la tagliò quasi a metà e all’interno fissò dei tacchi di legno per farvi poggiare le macine. Poi fecce lo sportellino per togliere la farina e sistemò “su maiou” (la tramoggia).
Già da prima che incominciasse a preparava “sa moba”, per non dare nell’occhio in seguito, a volte di pomeriggio andavo, con papà, a prendere l’asinello da casa di nonno “Luisiccu Buttaiu”, con la scusa che gli serviva l’indomani in campagna.
A lavoro finito, si cominciò con “due guardiani di lusso”. Quando l’asinello, durante la notte macinava, o i miei preparavano per il pane, i militari facevano la guardia a turno, dietro l’arco d’ingresso del viottolo. Se passava la ronda, dicevano che erano nascosti perché avevano sentito e visto qualcosa di sospetto e li facevano andare a “ Pinniantoifracci”, o scendere in via G. Cesare, oppure verso “Funtanedda” o “pratza ‘e Cresia”, a seconda da dove arrivava la ronda. Quando si finiva di macinare il grano, “sa moba” veniva smontata e rovesciata, sembrava un tino, e le macine sopra il fondo.
Finché c’erano i militari a casa, non mancava più il pane, ma bisognava fare attenzione a non farsi beccare.
Dopo lo sbarco in Sicilia degli alleati, i militari furono trasferiti altrove, a casa non si fidarono più, restammo senza pane e fu di nuovo carestia.

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